Biodiversità in città. Scopriamo cosa sta facendo Bologna per proteggere il suo patrimonio “biodiverso”.

Tra pochi giorni, e più precisamente dal 3 all’11 settembre si terrà, a Marsiglia, il Congresso Mondiale dell’Unione Internazionale della Natura (International Union for Conservation of Nature – IUCN) con l’obiettivo di rafforzare l’azione globale e fermare la perdita di biodiversità.

Ma che cosa significa, esattamente, biodiversità? La sua è una definizione complessa che più volte è stata oggetto di revisioni da quando, nel 1988, è stata coniata dall’entomologo americano Edward O. Wilson. 

In generale, tuttavia, possiamo dire che con il termine biodiversità intendiamo la varietà e la ricchezza della vita sulla Terra ossia i milioni di specie animali e vegetali, inclusi i geni che contengono, i microrganismi e gli ecosistemi.  

Uno scoiattolo mangia e controlla la presenza di potenziali predatori dall’alto di un girasole. Fonte: Pixabay

Un patrimonio dal valore inestimabile che, come spesso accade negli ultimi decenni, è messo in pericolo dalle attività umane. In particolare, nel maggio del 2019 è stato pubblicato un report importantissimo a cura dell’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), un organismo intergovernativo indipendente il cui obiettivo è rafforzare il rapporto tra la comunità scientifica e i decisori politici al fine di promuovere la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità e dei servizi ecosistemici.

L’IPBES ha evidenziato come la pressione antropica ha alterato in modo significativo tre quarti dell’ambiente terrestre e circa il 66% dell’ambiente marino, mentre circa 1 milione di specie animali e vegetali rischiano l’estinzione ad un tasso e una velocità tali da non essere giustificabile come fenomeno naturale.

I fattori di cambiamento diretti, su scala globale, sono sostanzialmente cinque e tutti sembrano destinati ad intensificarsi nei prossimi decenni: i cambiamenti nell’uso del suolo e del mare, lo sfruttamento diretto di determinati organismi, i cambiamenti climatici, l’inquinamento, e la diffusione di specie esotiche invasive al di fuori del loro areale di distribuzione.

Tutti impatti che non risparmiano certamente la biodiversità che caratterizza l’ambiente urbano. Infatti, per quanto spesso siamo portati ad ignorare questa evidenza, anche le nostre città sono ricche di specie animali e vegetali, di microrganismi ed ecosistemi che hanno un ruolo fondamentale anche per il nostro benessere grazie ai numerosi servizi ecosistemici (ecosystem services) che forniscono. Con tale espressione si identificano quei servizi che gli ecosistemi forniscono all’umanità in termini di qualità dell’aria, benessere, resilienza ai cambiamenti climatici, produzione agricola..

Tanto per citare un esempio concreto: gli alberi e le piante presenti nei nuclei urbani sono fondamentali regolatori del microclima e contribuiscono a migliorare il comfort urbano, oltre che offrire luoghi in cui i bambini possono giocare e gli adulti possono rilassarsi e beneficiare di aria fresca nelle torride giornate estive. 

Ma come sta la biodiversità della città di Bologna?

Come spiega Giovanni Giorgio Bazzocchi, docente presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna ed esperto di Agricoltura Urbana ed Entomologia “quando ci riferiamo al contesto urbano, il termine biodiversità rischia di essere ambiguo” perché se da un lato “si riscontra che nelle città c’è più biodiversità che in aree non urbanizzate, in particolare quelle agricole, e che questa è aumentata negli ultimi decenni, dall’altra dovremmo chiederci di che biodiversità parliamo”. Infatti, come racconta il prof. Bazzocchi, “un importante studio pubblicato su Nature, che compara la diversità botanica tra due censimenti importanti rispettivamente nel 1894 e nel 2018, ha messo in luce come, in circa 120 anni, a Bologna il numero di specie botaniche sia quasi triplicato passando da 176 a 477, ma anche che la loro composizione è completamente diversa”. 

A fronte di un aumento di molte nuove specie esotiche e ornamentali, che spesso dipendono dall’uomo anche per riprodursi e non sono più in grado di produrre nettare e polline, e quindi di interagire utilmente con insetti e altri organismi, abbiamo infatti subito una perdita di oltre 100 specie presenti in città alla fine dell‘800, tra cui alberi da frutto, cereali e piante orticole ed erbacee spontanee che erano ampiamente naturalizzate all’interno del centro cittadino. “E questa – continua Bazzocchi – è una tendenza confermata un po’ in tutte le città europee. È bene quindi porsi la domanda: la biodiversità che abbiamo in un certo senso ricreato in città è utile? Apporta dei vantaggi in termini di servizi ecosistemici?”. La risposta fornita è preoccupante ma confermata dall’intera comunità scientifica che ritiene drammatica la situazione della biodiversità globale, ivi inclusa quella urbana.

Nelle città, infatti, l’intervento dell’uomo è pervasivo nello spazio e nel tempo e non concede libertà alla spontaneità dell’evoluzione naturale delle specie. E Bologna non fa eccezione. Prendendo come esempio le api, fondamentali insetti impollinatori, Bazzocchi spiega come “la città di Bologna si interponga tra aree ricche di biodiversità come i colli e l’Appennino e le aree di pianura, ampiamente sfruttate da pratiche agricole molto impattanti e dall’urbanizzazione, che di biodiversità funzionale avrebbero bisogno come l’aria”.

Proprio gli impollinatori sono i protagonisti del progetto Life4Pollinators, coordinato dall’Università di Bologna, che propone azioni e buone pratiche per rendere il territorio più accogliente per gli impollinatori, dai campi agli orti urbani, passando per i nostri balconi.

Un bosto intento a nutrirsi di polline, foto tratta da @Pixabay

Un bombo intento a nutrirsi di polline. Fonte: Pixabay

Tra le possibili soluzioni, particolarmente efficiente sarebbe la creazione di corridoi ecologici, ossia aree verdi o elementi del paesaggio in grado di connettere due o più habitat naturali e fungere da “casa” e da canali per lo spostamento delle specie. Fondamentale, inoltre, la diffusione di conoscenza sull’importanza di tutelare la biodiversità che, se mancante, può portare a scelte deleterie nella gestione degli spazi pubblici e privati. 

Proprio le città, infatti, possono e devono diventare luoghi di sperimentazione di nuove progettualità e di buone pratiche, centri di innovazione politica, culturale, economica capaci di gestire efficacemente ampie risorse pubbliche, infrastrutture e competenze trasversali. 

Una spinta propulsiva alla definizione di progetti e all’adozione di politiche atte a tutelare e valorizzare la biodiversità, le aree protette (parchi e riserve naturali) e i principali corridoi ecologici, è stata data alla città di Bologna e all’intera area metropolitana dall’Agenda Metropolitana per lo Sviluppo Sostenibile, presentata dalla Città metropolitana con il supporto del Comune di Bologna, dell’Università di Bologna e della Fondazione per l’Innovazione Urbana,

In particolare, attraverso la Carta di Bologna, le Città metropolitane aderenti si sono impegnate a raggiungere i 45 mq di superficie media di verde urbano per abitante entro il 2030 (il 50% in più rispetto al 2014), a ridurre il consumo di suolo e a promuovere un utilizzo razionale delle risorse naturali, sostenendo la gestione e la valorizzazione paesaggistica.  

Orti urbani e riforestazione, al centro degli interventi locali per tutelare la biodiversità

Tra i progetti che hanno come obiettivo principale la salvaguardia e il ripristino della biodiversità rurale, o meglio dell’Agrobiodiversità, va citata la Rete dei Frutteti della Biodiversità realizzata a partire dal 2010 e sulla base di una convenzione tra la Regione Emilia-Romagna e l’Arpa Emilia-Romagna. 

Si tratta di aree verdi pubbliche dislocate in varie città della Regione e liberamente fruibili, come parchi e giardini, nelle quali sono state ritagliate superfici di diversa estensione, dove sono state piantate antiche varietà di piante da frutto autoctone – come meli, peri, susini, melograni e fichi – in numero variabile a seconda degli spazi a disposizione. La realizzazione di queste aree è importante perché consente il recupero e la valorizzazione della varietà genetica di fruttiferi autoctoni, ha inoltre una funzione divulgativa e didattica nei confronti dei cittadini, garantisce il mantenimento della memoria storica legata alla coltivazione di questi antichi frutti e, non da ultima, permette di valutare l’impatto dei cambiamenti climatici sulle diverse fasi del normale ritmo biologico delle piante. Della rete fa parte, ad esempio, il Frutteto del Palazzino, realizzato dalla Fondazione Villa Ghigi in accordo e grazie alla collaborazione di Arpae Emilia-Romagna, che è finalizzato alla conservazione della biodiversità rurale a supporto del sistema agricolo regionale.

Il valore dei corridoi ecologici è al centro della visione dello stesso Bazzocchi il quale, insieme al Centro Studi Agricoltura e Biodiversità Urbana del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna, segue alcuni progetti sul territorio che sfruttano la struttura a mosaico del territorio bolognese. “Le molte zone ortive, le aree agricole urbane, e alcuni dei grandi parchi ed ecosistemi naturali della città possono fungere da “serbatoi” di biodiversità e costituire una rete di potenziali habitat, proprio per le popolazioni degli insetti impollinatori, di altri insetti utili e potenzialmente anche di molti uccelli che, grazie alla capacità di volare, sono in grado di colonizzare aree anche piccole, ma non troppo distanti tra loro. Queste aree sono già esistenti, presidiate e in gran parte gestite da cittadini molto competenti in termini di coltivazioni e con interventi non impegnativi, ma mirati scientificamente, possono costituire importanti pezzi di una rete ecologica urbana funzionale ai servizi ecosistemici dell’impollinazione, della lotta agli insetti dannosi, delle produzioni orticole sostenibili, del mitigamento dell’isola di calore”.  

Tra i progetti che sfruttano aree esistenti invece che costruire nuove e costose infrastrutture verdi, vi è il corridoio ciclo-eco-ortivo Battirame in zona Roveri e le aree verdi e ortive di Salus Space. Entrambe sono caratterizzate dalla convivenza sinergica di aree coltivate con criteri agroecologici, e adibite alla produzione e vendita diretta di ortaggi e frutti così da garantirne la sostenibilità economica, e di aree ad ecologia funzionale specifica ossia hot spot con piante per insetti utili, greening per apoidei selvatici, strutture per la nidificazione, aree boschive e riforestazione. 

Corridoio eco-ciclo-ortivo. Fonte: EtaBeta

“I primi risultati raccolti – spiega Bazzocchi – sono estremamente interessanti: sono state ritrovate ad esempio, diverse specie di api selvatiche considerate rare, e una prima valutazione sull’aumento della consistenza delle popolazioni di questi e altri insetti utili (tra cui Coccinelle e Ditteri Sirfidi) sembra essere molto incoraggiante”.  

Entrambi i progetti hanno una forte connotazione partecipativa e sociale e sono portati avanti grazie all’impegno di cooperative sociali, in particolare EtaBeta – di cui abbiamo già raccontato in questo articolo – e gruppi di cittadini e associazioni che, ad esempio nell’area Salus Space, stanno costituendo una vera e propria comunità di convivenza sociale inclusiva.  

Il verde urbano è al centro anche del progetto di riforestazione ad opera dell’associazione Phoresta che ha dato vita al Bosco della Biodiversità di Bologna. Il progetto, ideato e sviluppato dall’agronomo Guido Barbieri su un’area di proprietà conta di 1042 piante messe a dimora tra il 2017 al 2019 e che dovrebbero arrivare a circa 9.000 tra piante e arbusti su di una superficie di 5 ettari (50.000 mq). Assorbendo circa 3000 tonnellate di CO2, e generando altrettanti crediti di carbonio da destinare alla compensazione, il Bosco della Biodiversità contribuisce attivamente alla mitigazione degli impatti del cambiamento climatico e alla generazione di ossigeno oltre che al miglioramento della biodiversità dell’area. 

Messa a dimora di un albero del progetto Phoresta, foto di Kristina Bychkova

Messa a dimora di un albero del progetto Phoresta, foto di Kristina Bychkova

Il tema della biodiversità urbana è complesso e quanto mai variegato, e in quest’epoca di crisi ecologica e climatica è quantomeno importante porre l’accento sulla necessità di preservare quell’incredibile tesoro rappresentato dai milioni di specie animali e vegetali che abitano il pianeta. Per farlo, è importante supportare le diverse comunità che vivono l’ambiente urbano a capirne l’importanza e riallacciare il filo che lega l’uomo al contesto urbano e alla natura.

Per farlo si può dar vita a diversi progetti e attuare molteplici strategie dal basso e dall’alto, interventi semplici e virtuosi che, nelle prossime settimane, cercheremo di raccontare.

 

Valeria Barbi – Fondazione Innovazione Urbana

Politologa e naturalista, Valeria si occupa di cambiamenti climatici e sostenibilità, dapprima nell’ambito della ricerca e dello studio delle politiche, e poi degli impatti sugli ecosistemi e l’ambiente urbano. E’ divulgatrice scientifica e, per la Fondazione, coordina i progetti europei e collabora al progetto editoriale Chiara.eco