Pandemia e crisi ecologica: una medaglia, due facce

Nelle ultime settimane, il legame tra Covid-19 – l’infezione respiratoria di cui è responsabile il virus SARS-CoV-2 – e crisi ecologica, sta stimolando molte considerazioni. Numerose sono le notizie e le informazioni diffuse in rete e dai principali mezzi di comunicazione ma, travolti come siamo dall’emozione collettiva, avviare una riflessione critica può essere difficile, così come lo è muoversi con destrezza tra le numerose fonti e i dati pubblicati a profusione.


In tale sensibile contesto è però importante non estromettere dal dialogo politico e dalle decisioni sulla ricostruzione del nuovo vivere sociale, il dibattito sulla tutela dell’ambiente. E tale urgenza è tanto più importante se consideriamo le parole di Inger Andersen, Direttrice esecutiva del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) la quale, in un articolo del Guardian, spiega come “la natura ci stia mandando un messaggio”, le pressioni esercitate dal genere umano sul mondo naturale abbiano avuto conseguenze disastrose, e fallire nel prenderci cura del pianeta corrisponda a mettere a rischio la nostra stessa salute.

Ad evidenziare il legame indissolubile tra homo sapiens e le altre specie è, in una serie di interviste rilasciate, tra gli altri, a New York Times e Wired, David Quammen, giornalista scientifico autore dell’ormai famoso saggio Spillover dove spiega come la diffusione delle zoonosi –  infezioni o malattie che possono essere trasmesse direttamente o indirettamente tra gli animali e l’uomo – e la devastazione degli ecosistemi ad opera dell’uomo, debbano essere considerate “lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria”. Il degrado degli ecosistemi e l’eliminazione delle barriere naturali tra noi e alcune specie animali nelle quali i virus albergano naturalmente, avrebbero infatti creato nuove occasioni di contatto con i patogeni, favorendo il salto di specie – lo Spillover appunto – e la diffusione delle zoonosi, compresa quella attuale. 

Dunque, come riportato in un articolo de LeNius, quel che possiamo aspettarci, e che stiamo già sperimentando, è che al crescere della popolazione mondiale e alla conseguente spasmodica ricerca di cibo e materie prime, corrisponderà una sempre maggiore spinta al consumo di risorse naturali e più gli uomini, per motivi di sfruttamento agricolo, minerario, forestale, urbanistico, si insinueranno in queste regioni più facilmente verranno accidentalmente a contatto con specie fino a quel momento protette ed isolate all’interno del loro ambiente naturale aumentando la probabilità che un virus animale possa compiere il già citato salto di specie. Negli ultimi 50 anni, come ci ricorda Vandana Shiva in un recente articolo, sono stati scoperti 300 nuovi agenti patogeni e circa il 70% di quelli che colpiscono gli esseri umani si sono diffusi come conseguenza della deforestazione. 

A dividere il mondo scientifico è, invece, l’esistenza di una relazione tra dispersione del Covid-19 e i cambiamenti climatici, sulla quale permane un approccio molto cauto dal momento che, contrariamente a quanto accade con altre zoonosi, una correlazione diretta tra clima e diffusione di SARS-CoV-2 non è ancora confermabile. Quel che sappiamo, al momento, è che molte zoonosi sono influenzate negativamente dalla crisi climatica globale in atto: è il caso di Ebola, di malattie causate da altri coronavirus come MERS (sindrome respiratoria mediorientale, Middle East respiratory syndrome) e SARS (sindrome respiratoria acuta grave, Severe acute respiratory syndrome), ma anche della febbre della Rift Valley, la Zika e la ben nota Malaria. Il motivo alla base è ben spiegato in un recente report del WWF, e risiede nel fatto che “il riscaldamento globale incide significativamente sulle caratteristiche fisiche dell’ambiente in cui le specie si trovano a vivere, sia in termini di variazioni di temperatura sia di disponibilità idrica e di altri fattori, influenzando il metabolismo, la riproduzione, la possibilità di sopravvivenza e, quindi, la distribuzione nel tempo e nello spazio”. In parole povere, ad un cambiamento delle condizioni climatiche del Pianeta corrisponde una risposta in termini di adattamento da parte delle specie che possono, ad esempio, ricomparire in areali – aree di distribuzione – precedentemente abbandonati o spostarsi verso latitudini maggiori o minori per trovare condizioni di vita migliori. E le regioni settentrionali del Pianeta, così come l’ambiente urbano in particolare, non sono esenti dal rischio: attualmente, sono state identificate 37 potenziali malattie infettive sensibili alle variazioni climatiche solo nelle regioni settentrionali del Pianeta. 

A fronte di una simile mole di dati che evidenziano l’impatto negativo che abbiamo sul Pianeta, la comunità scientifica si è soffermata ad analizzare anche un potenziale effetto benefico dell’attuale pandemia dovuta ad una riduzione delle emissioni di biossido d’azoto conseguenti al rallentamento dell’economia globale. Per quanto positivo nel breve periodo, tale trend potrebbe però non essere una buona notizia visto che, come spiega il giornalista Gabriele Crescente in un suo articolo per Internazionale, “se da un lato tutte le recenti crisi economiche sono state accompagnate da riduzioni delle emissioni […] ogni volta il calo è stato di breve durata, e la ripresa economica ha portato con sé un aumento delle emissioni stesse”. Come riportato anche su BusinessInsider, infatti, a lungo termine le misure adottate per contrastare l’epidemia potrebbero “condizionare negativamente l’impiego e la diffusione di tecnologie verdi e fonti alternative finendo per ostacolare gli sforzi intrapresi per promuovere un modello più sostenibile di sviluppo”. E questo sarebbe dovuto in particolare al calo del prezzo del petrolio, alle mutate priorità degli Stati, e ad una minore sensibilità dell’opinione pubblica, maggiormente concentrata sulla paura del virus che sui pericoli derivanti dalla crisi ambientale e climatica che stiamo vivendo. 

Tuttavia, come spesso accade, c’è sempre un altro lato della medaglia a cui guardare e, in questo caso, è rappresentato dagli attivisti per il clima. Movimenti come Exctintion Rebellion (XF) e Fridays for Future (FFF), che hanno basato la loro forza sulla movimentazione di grandi masse di persone pronte a manifestare apertamente e pacificamente le loro richieste ai Governi, hanno dimostrato di voler trasformare l’obbligo di distanziamento sociale in una opportunità: quella di spostare il movimento dalle strade alle piattaforme online e di usare la voglia di comunità e costruzione di reti di solidarietà in una base di partenza per la lotta comune contro il cambiamento climatico e la diffusione di conoscenza e coscienza ambientali. Due componenti, queste, fondamentali per ricostruire una società che appare sempre più disorientata dai messaggi che arrivano anche dalla politica che, in alcune sue declinazioni, sta usando l’epidemia per diffondere paura e disagio. E’ quanto sta provando a fare l’estrema destra, utilizzando i mass media come veicolo di incertezza ed informazioni false sulla diffusione del virus – che altro non sarebbe se non il risultato di una cospirazione ad opera dei democratici statunitensi per disincentivare una potenziale rielezione di Trump – e sul pericolo rappresentato dai movimenti migratori che, in quanto potenziali veicoli di infezione, vanno fermati.

A stimolare il dibattito scientifico sono poi gli effetti peggiorativi che il particolato atmosferico avrebbe sull’organismo di persone affette da virus respiratori come SARS-COV-2, soprattutto se in presenza di patologie pregresse. E’ quanto affermano, ad esempio, due studi frutto della collaborazione tra Arpae, Università degli Studi di Bologna e il Public Health England, che descrivono i risultati di alcuni studi in vitro, effettuati a Bologna e che dimostrerebbero come l’inquinamento non costituirebbe di per sé un elemento che facilita l’ingresso del virus nell’organismo, bensì un ulteriore fattore di rischio, al pari di ipertensione, diabete e obesità.


Da quanto scritto finora, ed in un momento che ci impone riflessione, quel che dovremmo chiederci è cosa, dunque, desideriamo dal modello che stiamo tentando di ricostruire. Nell’epoca pre-Covid-19, secondo il filosofo Achille Mbembe, le parole chiave erano accelerazione di reti tentacolari, iper-connessioni, reti globali e velocità estrema. L’ambito digitale sembrava l’unico elemento in grado di supportare e guidare lo sviluppo umano, materiale ed immateriale. Poi l’epidemia ci ha fermati. Ci ha dato il tempo e l’ispirazione per portare la Resilienza al centro del dibattito pubblico. Resilienza intesa sia come capacità di prenderci cura l’uno dell’altro e, insieme, del Pianeta, che come necessità di riportare la felicità, ed una soddisfacente qualità della vita, al centro dei nostri bisogni espressi e percepiti. Ripartire dal nostro rapporto con l’ambiente circostante, e considerare l’intelligenza naturale come elemento essenziale per la creazione di un modello post-pandemia devono essere, dunque, gli imperativi categorici dai quali muovere il dibattito. Se riusciremo in questa sfida, se saremo capaci di considerarci solo una specie tra le specie, un elemento di un’intricata rete di relazioni, saremo allora forse in grado di avviare quella transizione giusta che tutti agogniamo.

Valeria Barbi – Fondazione Innovazione Urbana

Valeria si occupa di cambiamenti climatici e sostenibilità, dapprima nell’ambito della ricerca e dello studio delle politiche, e poi degli impatti sugli ecosistemi e l’ambiente urbano. E’ divulgatrice scientifica e, per la Fondazione, coordina i progetti europei e collabora al progetto editoriale Chiara.eco